Il circuito del Paul Ricard mi ha regalato incontri inaspettati. Dopo aver incrociato la Tyrrell a sei ruote di Pierluigi Martini, mi sono trovato di fronte a un’altra leggenda: la P34 originale del 1976, guidata in questa occasione proprio dal figlio di Patrick Depailler.
È una vettura che occupa un posto speciale nella mia carriera. All’epoca, fu Ken Tyrrell in persona a commissionarmi i disegni tecnici per la brochure ufficiale della scuderia, garantendomi pieno accesso alla vettura e preziose sessioni di lavoro al fianco del progettista Derek Gardner.
Tyrrell P34, la soluzione tecnica innovativa
La P34 è stata una macchina rivoluzionaria. L’idea di base era audace: utilizzare quattro piccole ruote anteriori per ridurre la sezione frontale e ottenere un drastico vantaggio aerodinamico. Nella pratica, però, il massiccio ingombro delle ruote posteriori tradizionali vanificava buona parte di quel beneficio sui flussi.
Eppure, nonostante le criticità, il progetto si rivelò vincente in pista. La vera battuta d’arresto arrivò solo a partire dal 1977, quando la Goodyear scelse di sviluppare esclusivamente le coperture posteriori, trascurando le piccole anteriori. Una decisione che distrusse irrimediabilmente il bilanciamento dinamico della monoposto.
Il fascino delle sei ruote contagiò successivamente anche Williams e March, che esplorarono la via delle quattro ruote posteriori. Quei progetti, tuttavia, non videro mai la pista, stroncati sul nascere dal divieto imposto dalla Federazione Internazionale sulle quattro ruote motrici.
La Tyrrell, al contrario, fece in tempo a evolversi in una seconda veste aerodinamica, più chiusa, studiata e raffinata. Quella che ho ammirato oggi nei box, però, è l’essenza pura di quell’intuizione: la primissima specifica, quella portata al limite da Patrick Depailler.
Motivo di orgoglio
È una vettura talmente iconica e fuori dagli schemi che le dedicherò un capitolo centrale nel mio prossimo libro. Ma l’emozione più grande di questo fine settimana in Francia è stata l’incontro con il figlio di Patrick. Scoprire che conosceva perfettamente il mio lavoro, e che suo padre gli aveva parlato di me, ha chiuso un cerchio perfetto.
È proprio questo il vero privilegio del Gran Premio Storico: la gioia profonda di ritrovare in pista non solo le macchine che hanno segnato la mia vita professionale, ma anche le storie e i legami umani che le hanno rese eterne.





