All’indomani dell’anniversario della scomparsa di Gilles Villeneuve, è giunto il momento di svelare un retroscena.Più che un giornalista, mi sono sempre considerato un profondo appassionato del motorsport e, soprattutto, del lato umano dei suoi protagonisti. Proprio per questo, nel corso della mia carriera, ho deliberatamente scelto di non pubblicare alcune confidenze ricevute da piloti e ingegneri, ogniqualvolta la mia morale lo riteneva ingiusto.

La confessione inconfessabile di Eddie Cheever

 

L’esempio più emblematico risale al drammatico fine settimana in Belgio, quando perse la vita Gilles Villeneuve. Mentre il collega Pino Allievi si precipitò in ospedale per seguire i bollettini medici del canadese, a me toccò l’obbligo più ingrato dettato dalla spietatezza dei quotidiani: aggirarmi per il paddock a raccogliere le reazioni a caldo degli altri piloti. 

Lo vissi come un vero e proprio pugno nello stomaco. Un’invadenza che ho sempre considerato indelicata in momenti del genere. In quel clima di devastazione, raccolsi una dichiarazione particolare di di Eddie Cheever. Quando gli chiesi un pensiero sulla tragedia, lui mi guardò e disse: 

F1 Villeneuve

Vuoi che ti dica la verità? Da domani io correrò più tranquillo”. Di fronte al mio totale sconcerto, Cheever si giustificò: “Ogni volta che me lo ritrovavo davanti, di lato o alle spalle, vivevo nel terrore che prima o poi mi avrebbe coinvolto in un incidente fatale“.

Ovviamente, scelsi di seppellire quella frase e di non pubblicarla mai. Se l’avessi resa nota, alla successiva tappa di Monza per il Gran Premio d’Italia, i tifosi ferraristi avrebbero letteralmente lapidato Cheever.

Il precedente in Canada che spiega l’ansia di Eddie

 

La frase di Cheever trova spiegazione in un’episodio successo in precedenza al Gran Premio del Canada. Villeneuve guidò per svariati giri con l’ala anteriore della sua Ferrari divelta e piegata verticalmente. Subito dietro di lui c’era proprio Eddie, al volante della Tyrrell-Benetton. 

F1 Villeneuve

Lo statunitense passò dei momenti di terrore: quell’appendice aerodinamica, larga quanto la monoposto e affilata come una spada di metallo, in caso di distacco poteva colpirlo recando potenzialmente danni fatali alla sua persona. 

Tuttavia, insabbiare quella confessione fu la scelta corretta. In un’epoca in cui si viveva il paddock giorno e notte, condividendo cene e confidenze che andavano ben oltre i rapporti professionali, tutelare uno sfogo del genere era necessario, anche considerando che in me non vedevano un cinico giornalista a caccia dello scoop, ma un amico con cui confidarsi.