L’8 maggio 1982, a Zolder, ci lasciava Gilles Villeneuve. Non è stato tra i piloti più vincenti nella storia della F1, a secco di titoli mondiali che avrebbe meritato. Eppure, a distanza di 44 anni, il suo nome evoca una magia che pochissimi altri campioni riescono a trasmettere.
La ragione è semplice: Gilles non correva per gestire il vantaggio e non conosceva la tattica o il calcolo. Correva per la pura, irrazionale estasi della velocità. Enzo Ferrari lo amò come un figlio. In quel canadese mingherlino, capace di domare le monoposto più scorbutiche, il Commendatore rivedeva l’essenza romantica delle corse di un tempo.
I due ricordi indelebili su Gilles Villeneuve
Se chiudo gli occhi e penso a Gilles, arriva subito il ricordo al Gran Premio di Francia del 1979. Ero presente nel contesto della leggendaria sfida con René Arnoux. Il finale di quella gara resta la battaglia più iconica nella storia della F1. Ruota contro ruota, staccate oltre il limite della fisica a gomme fumanti, sportellate, sorpassi e contro sorpassi.
E tutto questo non per la vittoria, ma per un secondo posto, spinti da un coraggio folle. Io ero in pista, ma dalla mia postazione non riuscii a vedere questa battaglia. Soltanto poco dopo, una volta scesi dalle vetture, i piloti ci raccontarono il duello con un po’ di timore.
Arnoux soffriva un ritardo di potenza al turbo, mentre i freni di Gilles non erano più a posto. Ciononostante, invece di alzare il piede, con tanto coraggio decisero di proseguire la sfida che, in gran parte, era proprio dovuta a questi grattacapi sofferti.
Altro episodio che resta stampato nella mia memoria è Olanda 1979. A causa di una foratura, la gomma posteriore sinistra della Ferrari di Gilles esplose e la sospensione si accartocciò. Qualsiasi altro pilota avrebbe accostato sull’erba e spento il motore.
Lui no. Si fece quasi un giro intero su tre ruote, in controsterzo, tenendo giù il piede mentre il posteriore della sua vettura strisciava sull’asfalto, lanciando una scia di scintille.
Riportò quel relitto ai box con la folle speranza che i meccanici potessero in qualche modo ripararlo. Per Gilles, semplicemente, arrendersi non era un’opzione contemplata dalla mente. Villeneuve ci ha insegnato che i numeri e le statistiche, alla fine, impallidiscono di fronte alle emozioni.
E poi c’è il capitolo della lealtà, quella che lo legava a Jody Scheckter. Nel 1979, sull’Autodromo Nazionale di Monza, Gilles aveva ancora la possibilità aritmetica di lottare per il mondiale. Eppure scelse di trasformarsi nello scudiero perfetto: scortò la Ferrari del compagno di squadra per tutta la gara sino al traguardo, guardandogli le spalle senza mai tentare un attacco.
Rinunciò al suo sogno iridato per permettere a Jody di diventare campione del mondo davanti all’oceano rosso del pubblico italiano. Era un uomo di parola, mosso da un’onestà disarmante. Scheckter non dimenticò mai quel gesto e il legame profondo che li univa.
Villeneuve: quel maledetto 8 maggio
Il giorno del funerale di Gilles, con la voce rotta, Jody pronunciò parole che valgono più di mille vittorie e che racchiudono l’essenza stessa di Villeneuve: “Mi mancherà per due motivi. Primo, era il pilota più veloce della storia delle corse. Secondo, era l’uomo più genuino che abbia mai conosciuto”.
Questo grande rapporto smentisce un assunto storico della Formula 1: i compagni di squadra sono spesso i primi, e più spietati, nemici. Per loro, però, era tutt’altro.
Il giorno della sua scomparsa Gilles si trovava in una condizione psicologica difficile, poiché non aveva affatto digerito il gesto di Didier Pironi a Imola la settimana precedente. Purtroppo, l’incidente nasce anche da questo…





