Partecipare alla 6 Ore di Imola nel campionato WEC è stata un’esperienza simile a un viaggio premio; mi sono sentito come uno studente alla premi armi con una borsa di studio alle prese con un master di altissimo livello. Poiché era tutto completamente nuovo ai miei occhi, non me la sento di scrivere un pezzo puramente tecnico: la profonda diversità tra le varie categorie mi ha sorpreso di continuo a ogni singola osservazione ravvicinata delle vetture.
Uno degli elementi che mi ha lasciato davvero sbalordito è stata la tipologia di pubblico. Ho trovato spettatori estremamente competenti e appassionati della tecnologia, della meccanica e delle vetture in sé, ben lontani dall’interesse esclusivo per il glamour o per i singoli piloti che spesso si respira in Formula 1. Inoltre, ho apprezzato l’incredibile libertà di movimento concessa agli appassionati: il biglietto consentiva di spostarsi liberamente dalle tribune, al prato, sino a vagare per il paddock. Un’ottima mossa da parte degli organizzatori.
La profonda diversità tra le varie categorie mi ha sorpreso di continuo a ogni singola osservazione ravvicinata delle vetture. Uno degli elementi che mi ha lasciato davvero sbalordito è stata la tipologia di pubblico. Ho trovato spettatori estremamente competenti e appassionati della tecnologia, della meccanica e delle vetture in sé, ben lontani dall’interesse esclusivo per il glamour o per i singoli piloti che spesso si respira in Formula 1.
Inoltre, ho apprezzato l’incredibile libertà di movimento concessa agli appassionati: il biglietto consentiva di spostarsi liberamente dalle tribune, al prato, sino a vagare per il paddock. Un’ottima mossa da parte degli organizzatori. Sul fronte tecnico, sono rimasto affascinato dall’enorme varietà delle vetture. Nutrendo una forte passione per l’aerodinamica e per gli impianti frenanti, ho notato subito differenze abissali tra un prototipo e l’altro.
Confrontandomi con i colleghi più esperti del mondo WEC, ho capito che queste diversità sono dettate dalle differenti architetture delle auto: essendoci vetture con l’ERS al retrotreno, altre all’avantreno e altre ancora a trazione integrale, ognuna richiede tipologie di freni estremamente specifiche.
Mi hanno subito sorpreso le dimensioni dei dischi, i quali presentano delle estese fasce di consumo laterali rispetto ai fori di ventilazione, limitati alla sola parte centrale. Queste fasce sono molto più ampie perché, a differenza della Formula 1 in cui i dischi sono legati alla durata di una singola gara, nel WEC tali componenti devono sopportare uno stress continuo per tantissime ore, arrivando a coprire eventi di 24 ore.
Mi ha inoltre impressionato la spiccata modularità delle vetture. Come si evince dall’immagine a seguire, colpisce in particolare la possibilità di smontare il retrotreno della Ferrari 296 LMGT3 Evo per sostituirne agilmente le componenti meccaniche. Sono stati tre giorni di estremo divertimento, arricchiti dal grande calore dei tifosi che mi fermavano di continuo.
Ho apprezzato moltissimo la facilità di dialogo con i vari tecnici era quasi totale assenza di barriere. Certo, non si poteva entrare dentro i box liberamente, ma in veste di ospite e rigorosamente senza macchina fotografica, ho avuto il privilegio di accedere sia al garage della Ferrari che a quello della Cadillac.
Tutto questo mi ha riportato agli inizi della mia carriera facendo sentire più giovane, quando in F1 c’era la possibilità di entrare nei box. Ed effettivamente in questo ambito è proprio così: ammetto che, fino al giorno della presentazione della 499P, non sapevo nulla del mondo WEC. È stata una piacevolissima sorpresa, resa ancora più speciale dall’enorme livello e dalla competenza del pubblico presente.
A tal proposito, ci tengo a ringraziare profondamente Antonio Coletta e Ferdinando Cannizzo, al vertice del progetto WEC Ferrari come team principal e direttore dell’ufficio tecnico, per avermi permesso di vivere un’esperienza totalmente immersiva nel weekend di Imola.





